Per interposta persona

Chi conosce mia madre sa che ha un caratterino mica da ridere.
È una cosa di famiglia. Anche mio nonno aveva un caratterino mica da ridere. Il fratello di mio nonno aveva un caratterino mica da ridere. La numerosa stirpe di figli, nipoti e pronipoti generata dal fratello di mio nonno in America ha un caratterino mica da ridere. Il cinquanta percento di me ha un caratterino mica da ridere. È un tratto genetico così dominante che gli alleli dominanti dei fiorellini rossi di Mendel se li schiaccerebbe come uno scarpone un insetto. Un agglomerato di orgoglio incallito, testardaggine a prova di cataclisma, durezza inattaccabile, refrattarietà a qualsiasi manifestazione sentimentale (a parte la dotazione standard di melodrammaticità che serve alle madri per instillare sensi di colpa all’occorrenza); bestie che, se lasciate libere di scorrazzare in branco, arrecano più danni che benefici.
Mia madre, pertanto, non racconta mai nulla di sé che descriva anche solo minimamente il suo mondo interiore; solo fatti esterni, commenti su eventi e persone, resoconti corredati da digressioni su dettagli irrilevanti o cose funzionali, lamentele meteorologiche.
Di recente, però, sono venuta a sapere una cosa che le avrei tirato i capelli per non avermela mai raccontata prima, nei miei 42 e rotti anni di vita. Ma mica la stava raccontando a me (giammai!); si rivolgeva a una conoscente mentre stavano prendendo il caffè, e io ero casualmente presente perché mi ero seduta a bere il caffè con loro. Il discorso era scaturito dai suoi problemi di salute, per la precisione una lussazione dell’anca che avevo sempre creduto di origine genetica, o forse lo è ma solo in parte. No, dice lei, mica è una roba genetica, è come sono nata! Perché, come sei nata? domando io.
Lei è nata nel 1937. A quell’epoca i bambini nascevano quasi tutti in casa con l’aiuto di un’ostetrica. Le ostetriche possono essere affidabili o inaffidabili: diciamo che a mia nonna ne era capitata una che avrebbe fatto danni anche se avesse lavorato in una macelleria.
Mia madre, tanto per dare un’idea di come voglia da sempre le cose a modo suo cascasse il mondo, alla nascita non si presentava né di testa né podalica; era, diciamo così, di tergo. Piegata in due come un Motorola StarTAC. Vistala in quelle condizioni, quella specie di cervello primitivo che era l’ostetrica non andò per il sottile: tanto era pessimista sull’esito di quel parto che iniziò a stiracchiare e spiegazzare senza riguardo per estrarre prima le gambe alla “come viene viene”, poi l’intera neonata. Che evidentemente risultava un po’ provata da quelle manovre sgraziate che neanche uno sfasciacarrozze coi suoi rottami. «Bah, questa bambina è morta», commentò dando un’occhiata sommaria alla piccina, avvolgendola sbrigativamente in un panno e mettendola lì da parte come si mette lì da parte un pannolino sporco in attesa di gettarlo. Posso solo immaginare lo stato d’animo di mia nonna di fronte a una così rara manifestazione di delicatezza e sensibilità umana.
Fu a quel punto che dall’interno del fagottino appallottolato si sentì un «Uaah!!» perentorio. Conoscendo mia madre e immaginando il tono da lei usato nella circostanza, intuisco che la traduzione dal neonatesco all’italiano di quel «Uaah!!» fosse una cosa tipo: «Morta sarai te e tua sorella!» E così l’ostetrica-sfasciacarrozze scoprì che quell’esserino che aveva manipolato tanto rozzamente per farlo uscire in qualche modo dal ventre di sua madre sarebbe vissuto. Non sapeva, anche se le auguro di aver sentito il sudore gelarle la schiena, che avrebbe dovuto tribolare per l’intera sua vita a causa del trattamento di favore ricevuto alle gambine.
«Vedi che fin dall’inizio ho dimostrato di che pasta son fatta!», dice mia madre alla conoscente terminando il racconto, mentre la sottoscritta ascolta congelata con tazzina a mezz’aria e rimasuglio di caffè in via di raffreddamento.
E io che maledico me stessa e mia madre perché, se non avessimo i caratteri che abbiamo, ché anch’io con lei riproduco gli stessi suoi meccanismi comportamentali, sapremmo raccontarci più cose vere e meno cose irrilevanti, e soprattutto potremmo farlo direttamente e non per interposta persona.
«Ma perché non mi hai mai raccontato questa storia di come sei nata?», le domando in un secondo momento, dopo che la conoscente se n’è andata e siamo rimasti solo noi quattro – io, lei e i nostri caratteri. Lei scrolla le spalle insofferente e guarda altrove, poi brontola: «Eh, ma che caldo! Va bene che aspettavo l’estate, ma un caldo così… sono tutta sudata, sono, che fastidio!»

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Una risposta a Per interposta persona

  1. Pietro ha detto:

    Tu dovresti prendere seriamente in considerazione l’idea di scrivere un libro, lo sai?
    Scrivi veramente bene!

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