Diventare tempo

Qualche giorno fa stavo preparando un dolce in cucina, una ciambella casalinga da mangiare un po’ per volta a colazione. Mentre mi lasciavo appacificare dalla ritualità di quei movimenti, ho ripensato a una giornata perfetta che ho vissuto, anzi, che un’amica mi ha fatto vivere, qualche mese fa.

Ero invitata a casa sua per il fine settimana. Il mio treno sarebbe arrivato nella sua città verso l’ora di pranzo; diversi amici, che ancora non conoscevo, erano invitati a cena da lei quella sera, e noi avevamo un pomeriggio di tempo per darci da fare ai fornelli.

L’amica mi ha prelevata con l’auto, poi siamo passate al supermercato a comprare il pane e le ultime cose necessarie per la cena, dopodiché  mi ha accompagnata a casa sua, dove abbiamo pranzato prima di metterci all’opera. La vedevo un po’ in apprensione perché le cose da fare erano tante e temeva di non farcela entro sera. I piatti da offrire agli ospiti erano variegati, ma quello più importante era un arrosto al forno con verdure che richiedeva una lenta cottura e una preparazione altrettanto lunga perché le verdure dovevano essere tagliate a pezzetti piccolissimi.

Mi dispiace coinvolgerti in questa che è la parte più noiosa del lavoro, aveva detto la mia amica mettendo in tavola un contenitore pieno di sedani e carote già puliti e lavati. Invece è stata la parte più bella. Sedute comodamente al tavolo della cucina, ciascuna con il proprio coltello e tagliere, abbiamo iniziato a sminuzzare metodicamente gli ortaggi senza mai smettere di chiacchierare.

Parlavamo di tutto, dell’infanzia, di ricordi, di opinioni politiche e di ricette, di persone care e di cose vissute, mentre a turno svuotavamo periodicamente il tagliere nella grande teglia da forno che avrebbe ospitato l’arrosto per dieci persone. Non so quanto tempo avesse richiesto quel lavoro da certosini, giacché ci eravamo completamente scordate dell’orologio.

Poi è stato il turno della preparazione dei vassoi di affettati e formaggi che avrebbero fatto da antipasto, insieme a due tipi di crostini, uno al forno con formaggio e uova e uno con i fegatini, secondo la tipica ricetta toscana.

Occorreva poi preparare l’insalata, tagliare il pane, montare la panna che avrebbe farcito il dolce. Era tempo di avviare l’arrosto, che richiedeva almeno un paio d’ore di cottura al forno e doveva essere dapprima rosolato in tegame. Di tanto in tanto ci ricordavamo di gettare uno sguardo all’ora; la mia amica trasaliva, è tardi, diceva; io la tranquillizzavo, anche se in realtà era lei a tranquillizzare me, con quel misto terapeutico di conversazione e destrezza culinaria esibita con casuale spontaneità.

Mancava poco, ormai. Mentre l’arrosto rosolava, siamo scese in cantina a procurare sedie extra e vino per la cena; infine, un tavolino quasi invisibile, appoggiato contro il muro e apparentemente fatto solo per posarci le chiavi dell’auto e la posta, con l’aggiunta di pezzi estratti da un armadio si è trasformato in un regale tavolo conviviale, addobbato poi con tovaglia, piatti, posate, calici (uh, questi sono un po’ impolverati, laviamoli, anzi, laviamoli tutti) e ornamenti per i calici – graziose palline di vetro di colori diversi, fatte per personalizzare i bicchieri affinché ognuno potesse sempre riconoscere il proprio (sono imbattibile nello scovare cianfrusaglie inutili, aveva detto la mia amica).

Cominciavamo a ricevere le prime telefonate e i messaggi degli amici che annunciavano il loro imminente arrivo; i piatti degli antipasti erano pronti, i crostini dovevano solo essere infornati e l’arrosto con verdure diffondeva un profumo delizioso. All’arrivo degli ospiti tutto era stato preparato a dovere, e la serata era proseguita tra chiacchiere, risate e complimenti ai piatti serviti.

Eppure, ciò che più di tutto mi ha scaldato il cuore dell’intera giornata è stato il pomeriggio di lavoro e parole in cucina. Ho pensato spesso a cos’abbia reso speciali quelle ore. La risposta più ovvia è che, senza rendercene conto, abbiamo vissuto a fondo ogni minuto del tempo trascorso insieme. Ma non è stato solo quello. Nei nostri compiti suddivisi, nei gesti alacri misti a frasi miste a risate miste a pane affettato e occhiate al procedere della cottura, eravamo così naturalmente affiatate che il tempo lo abbiamo scandito noi, come ingranaggi di un orologio umano che combaciano in un succedersi di movimenti fluidi e perfetti. Noi due, quel pomeriggio, il tempo non lo abbiamo semplicemente trascorso: lo siamo diventate.

Così, mentre versavo l’impasto della mia ciambella nella teglia imburrata, ho pensato che non capita spesso di trovare persone con cui diventare tempo. Per questo quel pomeriggio in cucina mi ha fatta sentire una persona fortunata.

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4 risposte a Diventare tempo

  1. Laura ha detto:

    (Ecco perché era tutto così buono e così bello.)

  2. mastrangelina ha detto:

    Credo sia stato uno dei più bei pomeriggi di sempre. Grazie, anche per prima e per dopo. E ora mi commuovo.

  3. Pietro ha detto:

    ”non capita spesso di trovare persone con cui diventare tempo”.
    Hai reso perfettamente, ancora una volta, quello che si prova passando dei bei momenti con qualcuno.

  4. Elena T. ha detto:

    Vero! Diventare tempo, la cosa più bella e più rara. Richiede di lasciarsi andare completamente, di scordare il sé per diventare il tutto. :)

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