A differenza dei soliti sogni

Un paio di notti fa ho fatto un altro dei miei sogni strani, di quelli che mi lasciano inquieta, continuano a darmi da pensare per tutto il giorno e anche per i giorni successivi.

Un uomo cui tenevo molto mi aveva detto una cosa che mi aveva ferita profondamente. Me l’aveva detta anche con una certa noncuranza, come se fosse normale, come se anch’io dovessi trovarla normale, cosa che aveva oltremodo acuito il dolore della ferita. Ma ero riuscita a reagire. Malgrado i miei sentimenti e la voce semispezzata dal magone, avevo avuto uno scatto d’orgoglio, mi ero alzata dal letto amareggiata e articolato una risposta in cui ero riuscita a concentrare tutto il mio amor proprio. Non era giusto. Io non valevo così poco. Poi ero uscita dalla stanza, determinata ad andarmene da lì senza voltarmi indietro.

Avevo recuperato i miei indumenti su una sedia e iniziato a rivestirmi. Facevo fatica, ogni movimento era pesante e impacciato, come spesso capita nei sogni, in cui s’infila un braccio nella manica sbagliata, s’indossano gli abiti a rovescio, si fa confusione, si trova una scarpa ma non l’altra, il tempo passa e non si riesce a concludere. A differenza dei soliti sogni, però, io facevo sì tutta quella fatica, ma alla fine ci riuscivo. Mi rivestivo e intanto pensavo: ecco, ora esce dalla stanza e viene a dirmi che gli dispiace, che non è vero niente, che mi vuole con sé, ci abbracciamo, mi stringe forte come piace a me e tutto diventa più bello.

Ma ovviamente non succedeva. Arrivava invece altra gente: nell’illogicità del sogno, il luogo in cui mi trovavo era diventato la hall di una specie di grande albergo, si era fatta mattina e c’era un viavai di persone che si dirigevano verso la sala della colazione, perché poi avrebbero dovuto affrontare la giornata, tutti avevano da fare. E io in mezzo a quegli sconosciuti, a muovermi controcorrente come un salmone maldestro, perché dovevo recuperare le mie cose e andarmene da lì. Se lui non fosse uscito dalla stanza a cercarmi, abbracciarmi, stringermi forte, me ne sarei andata senza voltarmi indietro.

E pur annaspando in quella hall sempre più affollata, ero riuscita a recuperare tutto; a un certo punto avevo perfino rischiato di dimenticare incustodita la mia borsa, con effetti personali e altre cose necessarie che mi avrebbero permesso di viaggiare. Senza borsa sarei stata perduta. Ma a differenza dei soliti sogni, in cui la borsa sarebbe certamente sparita lasciandomi nel totale smarrimento, lì l’avevo trovata. Potevo partire. Nel frattempo mi guardavo intorno, cercando con gli occhi. Se lui avesse voluto uscire dalla stanza, venirmi incontro, abbracciarmi, stringermi forte e dirmi che mi voleva con sé, quella sarebbe stata l’ultima possibilità, perché io stavo mettendo piede fuori dall’edificio.

Dovevo prendere un autobus che mi avrebbe portata a prendere un treno che mi avrebbe portata a destinazione. Ma per arrivare alla fermata dovevo percorrere una strada in salita che era stata completamente allagata dalle recenti piogge torrenziali. Lui non era uscito dalla stanza.

Immersa nell’acqua fredda fino alle spalle, avevo iniziato a fare un passo dopo l’altro, sempre con estrema fatica a causa della resistenza dell’elemento, cupo e torbido perché pieno di foglie secche e detriti portati dalle piogge. Accidenti che acquaccia, mi dicevo, ma intanto mi ci muovevo. Al diavolo, sei una nuotatrice, che vuoi che sia camminare qui?

E così, a differenza dei soliti sogni, in cui si cerca di correre ma le gambe sono legnose e inerti, le mie, seppure appesantite, rispondevano e mi facevano lentamente avanzare in quell’acqua scura, la borsa in spalla, il cappottone lungo fino ai piedi, i vestiti inzuppati. Non fa nulla, si asciugheranno, pensavo. Risalendo la pendenza della strada, l’acqua gradualmente si abbassava e i movimenti si facevano più sciolti.

Ci avevo messo un tempo incalcolabile, non sapevo nemmeno a che ora sarebbe passato l’autobus; ma a differenza dei soliti sogni, in cui si perdono tutti i mezzi di trasporto possibili, era certo che un autobus sarebbe passato e mi avrebbe portata alla stazione. Non conoscevo gli orari ferroviari, ma non aveva importanza. Prima o poi sarebbe passato un treno. Io ci sarei salita e gli indumenti si sarebbero asciugati. Alla fine a destinazione ci sarei arrivata, con la mia borsa, gli effetti personali, le cose necessarie. Non avevo dimenticato niente.

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Una risposta a A differenza dei soliti sogni

  1. Laura ha detto:

    L’ho letto stamattina tutto d’un fiato, bello e rende perfettamente come i sogni ti lascino addosso certe sensazioni, come se lo avessi sognato anche io, passando di qui.

    (Bentornata)

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