Ti telefono quando sono di là

Questa notte ho sognato telefonate. Telefonate molto speciali.

In pratica le chiamate funzionavano così: se, trovandosi in un luogo, si aveva l’impressione che lì intorno ci fosse la presenza di una persona morta, bastava sollevare il ricevitore del primo telefono a portata di mano per poterle parlare. Così, senza comporre numeri, senza sentire il segnale della linea. La persona era già lì in attesa. Accadeva anche con i telefoni cellulari, e non servivano piani tariffari particolari, tipo “Ultraterreno Flat” o “You and Family: gratis per tutti gli antenati fino al terzo grado di parentela”. Ricordo che a un certo punto mi trovavo in una panetteria che era stata di una mia compagna di scuola: avevo in mano un iPhone che mi è bastato portare all’orecchio per sentire la sua voce e parlarle. Le dicevo che la sua panetteria era fiorente, bella, grande e molto apprezzata, e lei ne era contenta. Ero emozionata a sentirla, così come se niente fosse, come se stessimo facendo una di quelle interminabili chiacchierate telefoniche che facevamo da bambine. In realtà non è vero, quella mia compagna di scuola è viva, sta bene e non ha nessuna panetteria, ma nel sogno ricordo la gioia di poter parlare di nuovo con una persona che non c’era più.

Tutto questo però era solo un preludio, si può dire. La telefonata con l’amica serviva a prepararmi a quella che sapevo mi avrebbe atteso in un altro posto, la camera dei miei nel vecchio alloggio in cui sono cresciuta. Sul comodino c’era un telefono grigio a disco, uno di quelli che avevamo tutti in casa negli anni ’70 e che installava la SIP. Il telefono non avrebbe squillato, ma se avessi sollevato il ricevitore, dall’altro capo avrei sentito la voce di mio padre che aspettava di parlare con me. “Forte – pensavo – così posso parlargli ogni volta che voglio”, come quando mi telefonava dai vari luoghi in cui viaggiava per lavoro e ci raccontavamo telegraficamente le nostre giornate.

Poi sono entrata in quella fase di sospensione tra sogno e coscienza, in cui una parte di sé si accorge di aver appena sognato, ma l’altra si sforza di risprofondare nel sonno perché non vuole abbandonare il sogno che si sta interrompendo e tenta così di recuperarlo, di rimetterne assieme i pezzi e farlo continuare. Volevo farla, quella telefonata. Volevo scambiare due parole, chiedergli delle cose. Perché il sogno mi aveva concesso di parlare con l’amica, peraltro viva, e spariva proprio ora che stavo per parlare con chi volevo sentire più di tutti? Malgrado gli sforzi, però, non ha funzionato. Poco alla volta mi sono svegliata e mi sono resa conto che quella trovata delle telefonate dei morti era geniale, sì, ma non era vera. Ed è stato lì che mi sono ricordata di un’altra cosa: che l’ultima volta in cui ho parlato con mio padre è stato proprio al telefono, proprio a uno di quei telefoni a disco grigi e pesanti. Solo che nessuno di noi due sapeva, né avrebbe mai potuto immaginare, che quella sarebbe stata la nostra ultima conversazione. Ci eravamo congedati in modo del tutto casuale. “Allora ciao, ti chiamo in settimana da Roma.” – “Va bene, ciao, saluta la mamma.”

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Una risposta a Ti telefono quando sono di là

  1. mastrangelina ha detto:

    che bella questa cosa che hai scritto. Mi verrebberoin testa tante cose ma non sono in grado di scriverle qui. Ultimamente sono un po’ a corto di parole scritte. Però magari ne parliamo quando ci sentiamo, quello si. Un abbraccio :)

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