Chi arriva a riva (2)

C’è chi ritiene che le esperienze indimenticabili debbano restare eventi unici perché la magia nata dalla felice combinazione di persone e circostanze non è riproducibile in serie. Il che è vero in certi casi, come è altrettanto vero però che in altri si riproduce eccome, la bellezza raddoppia e ci rendiamo conto che se avessimo rinunciato per timore di una delusione ci saremmo persi qualcosa di prezioso.
Così quest’anno ho ripetuto l’esperienza dell’anno scorso attraversando a nuoto il lago di Viverone. Ovviamente ciò che spinge a fare il bis a un evento sportivo è soprattutto lo spirito agonistico, la voglia di migliorare rispetto alla volta precedente, la sfida con sé stessi. Ma per me non è tutto: io ho anche bisogno del contesto di amici, chiacchiere e collegialità che comporta la condivisione della giornata di gare; le risate, il tifo, gli incitamenti reciproci, i commenti postumi davanti a una pizza che dopo quattro chilometri a nuoto non è mai abbastanza grande.
Volevo migliorare e sono migliorata: dall’ora e ventitré dell’anno scorso sono scesa a un’ora e dodici – forse non solo per ragioni di velocità, ma anche di traiettoria azzeccata. Però anche qualcun altro è migliorato: il piccolo Diego, il cucciolo di pesce classe 2000 che l’anno scorso a soli 10 anni ha sfidato impavido i 4 km nuotandomi a fianco, è stato il mio compagno di traversata anche quest’anno. Sempre atteso a riva dalla mamma, che ora aveva in braccio il fratellino nato da poco, il mini delfinista ha mostrato quale meraviglioso cambiamento possa avvenire in un bambino in soli 12 mesi: non più un bimbo un po’ timoroso e talvolta scoordinato, ma un nuotatore sicuro che sapeva come affrontare il suo lago bracciata dopo bracciata, senza un attimo di stanchezza o cedimento, solo qualche colpo a rana per alzare la testa e controllare la direzione, una determinazione ammirevole e, soprattutto, una velocità che il prossimo anno quasi sicuramente non mi sarà più possibile sostenere, se non allenandomi il doppio.
Mi ha ringraziato, dopo avermi salutato all’arrivo ed essere tornato dalla mamma. Ma la mia sensazione rimane la stessa dell’anno scorso: che sono io a dover ringraziare lui.

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Mancare come…

…il dentifricio dallo spazzolino da denti.
…un capitolo da un libro.
…la punta dalla matita.
…il cucchiaio dalla minestra.
…il cappuccio dalla giacca a vento.
…il sale dall’acqua della pasta.
…la biancheria di ricambio dalla valigia per il viaggio.
…il caffè dal mattino.
…le caselle bianche dalla scacchiera.
…i guanti dall’inverno.
…il profumo dalla lavanda.
…la maniglia dalla porta.
…il freno destro dalla bicicletta.
…l’adesivo dai post-it.
…i tifosi dalla partita.
…la doppia pagina delle barzellette dalla Settimana Enigmistica.
…una lente da un paio d’occhiali.
…lo specchio da sopra il lavandino del bagno.
…un bottone dalla camicia.
…il lato abrasivo verde dalla spugnetta per le stoviglie.
…l’asciugamano dalla doccia.
…la tapparella dalla finestra.
…l’elastico dalle mutande.
…il blu dalla scatola dei pastelli.
…la mezzeria dalla strada nella nebbia.
…le luci dall’albero di Natale.
…l’impermeabile dal tenente Colombo.
…le patatine fritte dalla lista dei contorni.
…il fornelletto dalla stanza piena di zanzare.
…la corrente dal film alla TV.
…il sole dalla spiaggia.
…un’ottava dalla tastiera del pianoforte.
…”A Day in The Life” dall’album Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band.
…la lancetta delle ore dall’orologio.
…un manico dalla casseruola.
…il silenzio dalla montagna.
…una pala dall’elica di un ventilatore.
…lo zafferano dal risotto.
…un laccio da un paio di scarpe.
…tre rebbi da una forchetta.
…gli starnuti dal raffreddore.
…la pace dal sonno.
…le parole giuste dal momento giusto.
…le suole di gomma da una giornata di pioggia.
…la marmellata di albicocche dalla Sacher Torte.
…la rabbia da una sconfitta subìta.
…il nome da un citofono da suonare fra tanti.
…il senso del ridicolo dagli innamorati respinti.
…tutti i buchi dallo scolapasta, tranne uno.
…la doppia c da ecc. ecc.

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Diventare tempo

Qualche giorno fa stavo preparando un dolce in cucina, una ciambella casalinga da mangiare un po’ per volta a colazione. Mentre mi lasciavo appacificare dalla ritualità di quei movimenti, ho ripensato a una giornata perfetta che ho vissuto, anzi, che un’amica mi ha fatto vivere, qualche mese fa.

Ero invitata a casa sua per il fine settimana. Il mio treno sarebbe arrivato nella sua città verso l’ora di pranzo; diversi amici, che ancora non conoscevo, erano invitati a cena da lei quella sera, e noi avevamo un pomeriggio di tempo per darci da fare ai fornelli.

L’amica mi ha prelevata con l’auto, poi siamo passate al supermercato a comprare il pane e le ultime cose necessarie per la cena, dopodiché  mi ha accompagnata a casa sua, dove abbiamo pranzato prima di metterci all’opera. La vedevo un po’ in apprensione perché le cose da fare erano tante e temeva di non farcela entro sera. I piatti da offrire agli ospiti erano variegati, ma quello più importante era un arrosto al forno con verdure che richiedeva una lenta cottura e una preparazione altrettanto lunga perché le verdure dovevano essere tagliate a pezzetti piccolissimi.

Mi dispiace coinvolgerti in questa che è la parte più noiosa del lavoro, aveva detto la mia amica mettendo in tavola un contenitore pieno di sedani e carote già puliti e lavati. Invece è stata la parte più bella. Sedute comodamente al tavolo della cucina, ciascuna con il proprio coltello e tagliere, abbiamo iniziato a sminuzzare metodicamente gli ortaggi senza mai smettere di chiacchierare.

Parlavamo di tutto, dell’infanzia, di ricordi, di opinioni politiche e di ricette, di persone care e di cose vissute, mentre a turno svuotavamo periodicamente il tagliere nella grande teglia da forno che avrebbe ospitato l’arrosto per dieci persone. Non so quanto tempo avesse richiesto quel lavoro da certosini, giacché ci eravamo completamente scordate dell’orologio.

Poi è stato il turno della preparazione dei vassoi di affettati e formaggi che avrebbero fatto da antipasto, insieme a due tipi di crostini, uno al forno con formaggio e uova e uno con i fegatini, secondo la tipica ricetta toscana.

Occorreva poi preparare l’insalata, tagliare il pane, montare la panna che avrebbe farcito il dolce. Era tempo di avviare l’arrosto, che richiedeva almeno un paio d’ore di cottura al forno e doveva essere dapprima rosolato in tegame. Di tanto in tanto ci ricordavamo di gettare uno sguardo all’ora; la mia amica trasaliva, è tardi, diceva; io la tranquillizzavo, anche se in realtà era lei a tranquillizzare me, con quel misto terapeutico di conversazione e destrezza culinaria esibita con casuale spontaneità.

Mancava poco, ormai. Mentre l’arrosto rosolava, siamo scese in cantina a procurare sedie extra e vino per la cena; infine, un tavolino quasi invisibile, appoggiato contro il muro e apparentemente fatto solo per posarci le chiavi dell’auto e la posta, con l’aggiunta di pezzi estratti da un armadio si è trasformato in un regale tavolo conviviale, addobbato poi con tovaglia, piatti, posate, calici (uh, questi sono un po’ impolverati, laviamoli, anzi, laviamoli tutti) e ornamenti per i calici – graziose palline di vetro di colori diversi, fatte per personalizzare i bicchieri affinché ognuno potesse sempre riconoscere il proprio (sono imbattibile nello scovare cianfrusaglie inutili, aveva detto la mia amica).

Cominciavamo a ricevere le prime telefonate e i messaggi degli amici che annunciavano il loro imminente arrivo; i piatti degli antipasti erano pronti, i crostini dovevano solo essere infornati e l’arrosto con verdure diffondeva un profumo delizioso. All’arrivo degli ospiti tutto era stato preparato a dovere, e la serata era proseguita tra chiacchiere, risate e complimenti ai piatti serviti.

Eppure, ciò che più di tutto mi ha scaldato il cuore dell’intera giornata è stato il pomeriggio di lavoro e parole in cucina. Ho pensato spesso a cos’abbia reso speciali quelle ore. La risposta più ovvia è che, senza rendercene conto, abbiamo vissuto a fondo ogni minuto del tempo trascorso insieme. Ma non è stato solo quello. Nei nostri compiti suddivisi, nei gesti alacri misti a frasi miste a risate miste a pane affettato e occhiate al procedere della cottura, eravamo così naturalmente affiatate che il tempo lo abbiamo scandito noi, come ingranaggi di un orologio umano che combaciano in un succedersi di movimenti fluidi e perfetti. Noi due, quel pomeriggio, il tempo non lo abbiamo semplicemente trascorso: lo siamo diventate.

Così, mentre versavo l’impasto della mia ciambella nella teglia imburrata, ho pensato che non capita spesso di trovare persone con cui diventare tempo. Per questo quel pomeriggio in cucina mi ha fatta sentire una persona fortunata.

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Diversamente salita

Scarpinare sui sentieri di montagna, oltre che bello, è anche un esercizio molto utile.
Serve a rinfrescare nella mente intorpidita un concetto apparentemente ovvio ma spesso sottovalutato quando la salita accorcia il fiato, spezza le gambe e concentra ogni pensiero e ogni sguardo sulla fatica del passo dopo passo.
A ricordare, cioè, che la discesa, solo perché si chiama discesa, non è poi così facile come ci si immaginava e che va gestita con accortezza e con il debito controllo di ogni muscolo, se si vuole tornare a valle con un sorriso stanco e soddisfatto anziché con le ossa rotte dopo un lungo ruzzolone.

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Dell’utilità delle piume contro il solletico

Sicuramente non sono l’unica persona cui capita, ma ogni tanto mi capita. Capita, cioè, di fare sogni che non sembrano reali, sono reali, così tangibili da non differire in nulla dalle esperienze materiali. Se sogno, per esempio, di mangiare una fetta di torta al cioccolato, ne percepisco la sofficità al contatto di denti e palato, sento le papille bearsi del gusto fragrante e mi sveglio con la sensazione di averla mangiata per davvero. Avverto il sapore del cioccolato nel sogno. Così come avverto la freschezza e la liquidità dell’acqua quando sogno di berla (tranne, ovviamente, quando ho sete per davvero e allora sogno di bere senza dissetarmi mai).

In sogno litigo furiosamente in tre lingue, sfoderando argomentazioni taglienti come katane; un samurai della parola che affetta l’interlocutore con precisione millimetrica facendone pezzettini che restano compresi giusto il tempo necessario a prendere atto di aver appena cessato di esistere come entità unica, per poi cadere al suolo e sparpagliarsi molteplici grazie ai miei affilati virtuosismi verbali, nel sogno sempre sommamente coerenti e inossidabili.

Per non parlare della solida e calda corporeità degli abbracci, veri nel sogno quanto nella realtà, così come le lacrime che ogni tanto li accompagnano e con cui ho modo di bagnarmi le dita non appena mi strofino gli occhi svegliandomi. Evito di addentrarmi nei particolari di quando sogno di fare l’amore, ma, ecco, ci siamo capiti.

Quest’ampia prolusione per dire che l’esperienza di “realtà onirica” di questa notte ancora mancava alla mia collezione. Stanotte ho sognato di volare. Sì, va bene, era già capitato qualche svolazzamento in dormiveglia a mo’ di gallinaceo, ma sempre cose vaghe e confuse, niente a che vedere con queste vere e proprie seconde vite che ogni tanto vivo nel sonno, quasi fossi sotto l’effetto di un allucinogeno. Io, stanotte, ho volato per davvero. Io che soffro di vertigini ad appendere un quadro, che faccio sogni terrificanti in cui mi trovo intrappolata in cima a grattacieli in costruzione senza appigli per scendere, condannata a mettere un piede in fallo e precipitare nelle centinaia di metri di vuoto sotto di me, io ho volato sul serio. Almeno una volta in vita mia ho saputo cosa si prova a essere un aquilone, un uccello, un aereo, una libellula, Peter Pan. Braccia aperte come ali, sentivo l’aria sfiorarmi e farmi il solletico, inondandomi di brividi; salivo e scendevo, con impavide picchiate e rasoterra, poi riprendevo quota e mi libravo sui tetti, senza vertigini.

Così ho capito, per esempio, che le piume degli uccelli servono a ripararli dal solletico. Perché mentre voli, l’aria che ti sospinge non può fare a meno di farti il solletico dappertutto: tra le dita, lungo le braccia e le gambe, intorno alle orecchie, sulla pancia, e poi sul collo, scendendo lungo la schiena. Se il corpo fosse ricoperto di penne e piume, invece, questo solletico sulla pelle non lo si avvertirebbe. Intendiamoci, è piacevole, non può certo definirsi fastidioso, però può anche distrarre, e ho notato che di ostacoli ce ne sono a centinaia anche quando si vola, quindi bisogna stare molto attenti a dove si va e non concentrarsi troppo sulle sensazioni a fior di pelle.

Mentre volavo e mi sentivo accarezzare dall’aria, ho anche pensato a quanto sia ironico che noi umani usiamo le piume per farci il solletico mentre gli uccelli se ne servono per ripararsene. E comunque, così deliziata ed euforica per le emozioni generate dai vuoti d’aria e dalle circonvoluzioni aeree, mi ero anche fatta un programmino di volo, perché, già che c’ero, anziché volare a vuoto tanto valeva avere una destinazione.

L’unica stonatura di quell’esperienza bellissima era la sottile sensazione di sottofondo che tutto ciò non sarebbe durato. Che presto sarebbe finito. E che a destinazione non ci sarei mai arrivata.

E infatti è finito, prima che mi svegliassi. Nei pressi di una tangenziale, dove c’era un incrocio con semaforo e la periferia urbana era avvolta da una leggera nebbia autunnale, sono atterrata tornando normale. Il fatto è che non sapevo quando si aprisse la stagione della caccia, e all’improvviso ero stata colta dal timore di essere scambiata per un enorme fagiano.

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Addì 2 dipicche 1982

Era la notte di Natale del 1982 e lei faceva seconda liceo.
Cantava, o meglio, mimetizzava la sua voce tra le altre voci del coro parrocchiale del suo paese, non perché fosse particolarmente desiderosa di esprimere la sua anemica fede con il canto, ma perché, in mancanza d’altro, il gruppo parrocchiale era una delle poche occasioni per incontrare amici e adocchiare esponenti dell’altro sesso suscettibili di destare il suo interesse.

E difatti uno di loro il suo interesse l’aveva destato eccome, e lei era intenzionata ad approfondire la cosa. Perlomeno a scoprire se l’interesse destato fosse almeno minimamente ricambiato. Per esempio, che cosa poteva nascondersi dietro quel noncurante cenno della testa accompagnato da un “ciao” inespressivo che lui le indirizzava sulla corriera delle sette del mattino stipata di studenti assonnati? Era semplicemente una risposta al “ciao” che lei non mancava mai di rivolgergli per prima oppure celava un segreto desiderio di baciarla a lungo in un luogo appartato alla prima festa possibile, dopo aver ballato lenti solo con lei a casa di qualche fortunato che possedeva quelle luci colorate che si accendevano a intermittenza col ritmo della musica?

Insomma, lei non ne poteva più, doveva farglielo sapere. Che senso ha struggersi se l’oggetto dei tuoi desideri vive pacifico e tranquillo, torpidamente ignaro dei tuoi struggimenti? Che lo sapesse, maledizione, che fosse perlomeno consapevole delle sue responsabilità per la tempesta ormonalsentimentale che stava causando in quell’abbozzo di fanciulla.

E così quella sera di Natale del 1982 lei si era messa in tiro per lui.

Facciamo a capirci. Vediamo di acclarare il significato concreto di “in tiro” per una secchiona quindicenne miope sovrappeso del 1982 che ancora non era riuscita a venire a patti con: a) la battaglia contro l’acne; b) la capacità di discernere tra montature passabili e montature inguardabili nel negozio di ottica; c) il gusto di vestirsi con almeno un remoto barlume di femminilità; d) la parrucchiera.

E sì che qualche segnale di allarme le era già pervenuto. Il clamoroso amorfismo del suo aspetto non era passato inosservato agli occhi dei maschietti, per esempio di quei tre sconosciuti di qualche quarta o quinta che un giorno, sulle scale del liceo, durante l’intervallo avevano preso ad apostrofarla con appellativi tipo “schianto”, “figona”, “gran bella …” che lì per lì l’avevano lasciata interdetta, per poi instillarle, qualche frazione di secondo dopo, il sospetto che avessero un sottile sentore ironico. Ritenendo umiliante scomporsi, lei aveva raccolto tutto il suo autocontrollo e sfoggiando il sorriso più sciolto possibile aveva risposto: “A osservarvi bene tutti e tre devo dire che anche voi siete proprio niente, ma niente male. Sì sì, uno più figo dell’altro, da farci un pensierino.” Ci mise vent’anni a capire che anche nella sua risposta poteva leggersi una lieve valenza ironica, ma l’esprit d’escalier era destinato a far parte della sua personale dotazione di punti deboli per tutta la vita.

Dunque, tornando allo strepitoso look della sera di Natale dell’82, la situazione che si presentava era la seguente: pantaloni di panno bianco panna con piega frontale marca Stefanel, infilati dentro stivaletti antineve scamosciati con interno lana (“Questi ti scaldano bene, hai i piedi sempre così freddi”, aveva detto la mamma), altezza mezzo polpaccio, ideali per ridurre otticamente del 50% circa la lunghezza di un paio di gambe già corte di per sé; maglioncino in lana blu marca Stefanel, con fiorellini bianchi e rossi, spalline imbottite e vita stretta a sbuffo, ideale per ridurre otticamente del 25% circa un busto di per sé non particolarmente affusolato e per mettere in risalto un fondoschiena sovradimensionato avvolto – e non nell’accezione sexy del termine – dal pantalone in panno bianco panna di cui sopra; pettinatura con frangia domata a colpi di phon e spazzola, con forte scalatura in alto e lunghezza alle spalle. Fortunatamente i capelli erano ricci e il terrificante taglio mullet non risaltava com’era solito fare nelle capigliature lisce; occhiali… oddio, gli occhiali no! Quelli non poteva tenerli sul naso, non in quel momento, per la miseria. Il top, il massimo della bellezza e del fascino era occhiali zero, si capisce. L’occhiale era bandito, vietato, verboten, stop. Nascondere in borsa al momento di affrontare di petto l’oggetto dei desideri.

Sì, ma quando affrontarlo di petto? Non poteva prevedere un momento preciso, avrebbe dovuto improvvisare. Era agitatissima. La messa di mezzanotte non era ancora iniziata e lei, dalla sua postazione nel coro, lo vide avvicinarsi. Era venuto a salutare un paio di amici, senza minimamente accorgersi della presenza di un campionario di Stefanel con goffa quindicenne all’interno. (Beh, dai, non ti ha vista. Perché se ti avesse vista sarebbe rimasto folgorato. Folgorato… magari folgorato è una parola grossa, ma un pochino gli saresti piaciuta.) Quando lo vide allontanarsi si disse “Ora!”, si tolse gli occhiali infilandoli a tastoni nella borsa per non perdere di vista lui che nel frattempo era diventato una macchia sfocata in movimento e seguì la macchia all’uscita della chiesa. Ottima mossa, non c’era nessuno, erano già tutti dentro perché la funzione stava per cominciare. Faceva freddo ma lei sudava, dentro quel maglioncino blu a fiorellini. Lo chiamò. Ok, disinvolta, mi raccomando. Sorridente. Lui si voltò. Ciao, ehi, ciao.

“Be’, ecco, sai, c’è… una… cosa che volevo… di-dirti da taa-aa-nto tempo…”

Digliela maledizione, digli “mi piaci, mi piaci tantissimo, vorrei tanto che stessimo insieme e che tu mi baciassi a lungo a una festa di quelle a casa di qualcuno con i lenti e le luci colorate intermittenti dopo che hai ballato tutti quei lenti con me.”

“Ecco, sai, volevo dirti che che tu mi… mi… mi…”

E non ti inceppare proprio ora, dannazione! Mi piaci. Tre sillabe. Mi-pia-ci. Che ci vuole? Forza!

“Mi… mi… s-s-e-ei m-molto s-s-simpatico.”

SIMPATICO?? Ma che razza d’idiota, d’imbranata, di patata lessa vagante! Simpatico. Vigliacca che non sei altro, dove speri di arrivare con un “simpatico”? Eh?

Ma lui aveva capito lo stesso. E ora doveva liberarsi da quella situazione.

“Beh, sai, mi fa piacere, ma… ecco… io ce l’ho già una ragazza”, mentì.

Eccerto. Ce l’ha già una ragazza, lui. Che ti aspettavi, che fosse lì a spasimare per te?

“Ah, ma dai, cioè, davvero?”, replicò lei con una disinvoltura così esagerata che a momenti sfociava in interesse e sincera partecipazione.

Ecco, sì, brava, digli pure che sei contenta e che ti fa molto piacere. Che altro, eh? Vuoi chiedergli se cortesemente calpesta il tuo cadavere con un paio di scarponi chiodati, già che ci sei? Idiota.

“E… chi… voglio dire, chi…”

“Oh, lei non è di qui, è di [nome di paese limitrofo]”, spiegò. Era più semplice mentire, se dicevi che non era del posto.

Massì. In fondo quante speranze avevi? E questa tizia se la sarà scelta bene, sarà sicuramente una di quelle carine, magre e coi capelli lisci, magari biondi. Di quelle che ai ragazzi piacciono veramente, mica come te. Tu al limite sei simpatica, sì, lo dicono tutti che sei una simpatica.

Si scambiarono altri due convenevoli cui lei non prestò quasi attenzione, tanto si sentiva fagocitare dall’oppressione, colse di sfuggita la parola “amici” (amici? ha detto amici? e tu non gli dici niente, neanche un cordiale vaffanculo?), si accorse che dalla sua bocca uscivano le parole “sì, volentieri” (ehi, chi ha autorizzato l’uscita di quelle due parole, chi è stato il cretino, eh?), e tutto terminò con un reciproco “ciao, buon Natale”.

Sì, buon Natale, vorrei vedere te, vorrei vedere.

Rientrò in chiesa perché c’erano tutte quelle canzoni da cantare, le avevano provate per settimane ogni venerdì sera. Ma era già cominciato, non poteva tornare al suo posto adesso. Si mise in un angolo ad attendere che finisse la musica, per poi scivolare inosservata nel coro. A dire il vero se ne sarebbe tornata volentieri a casa, chi aveva voglia di starsene in mezzo a tutti gli altri a fingere allegria natalizia? Ma aveva lasciato là in mezzo la borsa e il cappotto, e fuori faceva freddo. Ora lo sentiva tutto.

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Camicie inutili

Non finisco mai di stupirmi di come la memoria ripeschi nel suo disordinato magazzino avvenimenti che erano così dimenticati da non sembrare mai esistiti. Evidentemente la mia somiglia ai cassetti e agli scaffali che mi circondano: ogni tanto frugo nel caos e spuntano cose che non sapevo più di possedere.
Per esempio, a distanza di sedici anni mi sono ricordata solo pochi giorni fa che le ultime camicie di mio padre le avevo stirate io. Stiravo e insistevo con la punta del ferro per rimuovere ogni minima piega da colletti e polsini, pensando all’assurdità dell’usare tanta maniacale precisione per camicie che non sarebbero più servite.
Perché quando uno muore all’improvviso le tracce di vita vissuta di recente rimangono lì intorno, come se la persona che le ha seminate dovesse tornare da un momento all’altro e riprendere da dove si era interrotta. Una valigia appena fatta cui manca solo lo spazzolino da denti, gli asciugamani ancora umidi sul bordo della vasca da bagno, in lavastoviglie i piatti appena usati per la cena, le camicie pulite da stirare.
Avevo completamente scordato questa cosa delle camicie. E penso a quante cose sono successe in sedici anni: mi sono laureata, ho viaggiato, ho lavorato, ho riso, ho pianto, ho perso, ho conosciuto, ho amato, ho fatto e disfatto, ho sperato, ho disperato. Sedici anni senza ricordare neanche una volta che avevo stirato quelle camicie. Quale astruso meccanismo abbia fatto riemergere proprio ora quell’episodio, non lo saprò mai. Non stavo nemmeno pensando a niente di particolare, mi ero solo distratta un attimo da una delle mie solite traduzioni; e all’improvviso mi sono rivista lì, al tavolo della vecchia cucina a stirare camicie inutili, chiedendomi che senso avesse farlo.

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